mercoledì 5 dicembre 2018


I Templari.


Miti e leggende ruotano intorno ai cavalieri del Tempio, meglio conosciuti come Templari. Ma chi erano questi pauperes milites Christi (così si definivano)? Perché, ad un certo punto, l’Ordine fu messo sotto accusa e sciolto? Vediamo di far chiarezza.
Prima di avventurarci alla scoperta della storia di questo ordine religioso-militare del Medioevo, occorre soffermarsi, seppur in modo semplicistico, sul fenomeno storico che diede loro origine: il movimento crociato.
Nel 1095, durante il concilio di Clermont, papa Urbano II bandì quella che noi definiamo la prima crociata (all'epoca non aveva un termine così specifico). L’imperatore bizantino aveva bisogno di mercenari occidentali per combattere contro i Turchi che si erano insediati nella penisola anatolica e che avevano inferto ai bizantini reiterate sconfitte. Al grido “Deus vult” (“Dio lo vuole”) del Papa un vero e proprio pellegrinaggio si mosse verso Oriente non tanto per combattere contro i Turchi quanto per liberare la terra santa, quindi Gerusalemme, dai musulmani (i Cristiani la conquistarono nel 1099). Molti furono anche coloro che si misero alla guida dei pellegrini per raggiungere la Gerusalemme celeste, promessa dall'Apocalisse di Giovanni. Tanti, però, erano i pellegrini disarmati che non sapevano combattere e perciò avevano bisogno di accoglienza e assistenza. Sembra proprio che per questo motivo iniziarono a prendere forma dei primi nuclei di cavalieri volontari, senza ricchezza alcuna e penitenti per sempre. E' in questo clima che nasce l'ordine del Tempio.
Nascita dell’Ordine
Tra il primo e il secondo decennio del XII secolo un gruppo di cavalieri si riunì attorno a un nobile originario della Champagne: Ugo de Payns. In un primo momento si misero al servizio degli Ospedalieri di San Giovanni (un altro ordine religioso-militare) ma in seguito -probabilmente tra il 1118 e il 1120- re Baldovino II di Gerusalemme lasciò loro a disposizione la moschea di al-Aqsa, collocata presso i resti del tempio di Salomone. Da qui i membri della confraternita iniziarono a essere chiamati Militia Salomonica Templi e più tardi fratres Templi o Templarii, anche se essi, come abbiamo detto, si definivano pauperes milites Christi. Nel 1120, davanti al patriarca di Gerusalemme, formularono i tre voti monastici: povertà, castità e obbedienza. A questi, però, ne aggiunsero un quarto: la lotta contro i nemici di Dio. Il voto però non era sufficiente. Era necessaria la sanzione ecclesiale. I Templari però, non dimentichiamolo, erano dei laici penitenti e per di più che usavano le armi. Chi mai avrebbe potuto assecondarli? Intorno al 1127 Ugo si mise a girare l’Europa per fare propaganda e per spiegare l’operato della fraternitas. La sua fortuna fu quella di incontrare uno dei massimi esponenti del clero di quel tempo, il cistercense Bernardo, abate di Clairvaux. Uno zio di Bernardo, Andrea di Montbard, era tra i fondatori della fraternitas. Così nel 1129 Ugo si presentò al concilio di Troyes per ricevere la sanzione ufficiale. Da questo momento i pauperes milites Christi divennero un ordine a tutti gli effetti e probabilmente – anche se non si ha la certezza – fu proprio Bernardo a scriverne la regula.
Una nuova cavalleria
Intorno al 1129-1136 (?), Bernardo accettò di scrivere un trattato, De laude novae militiae, nel quale lodava la formazione di una nuova cavalleria tesa alla preghiera e alla lotta per la difesa della pace e dei luoghi santi.
Gli ordini monastici, secondo la regola benedettina, si distinguevano in sacerdoti, chierici e un gruppo ampio di fratres laici indicati come conversi; negli ordini militari, un numero ristretto di laici si dedicava al combattimento, e all’interno vi erano i cavalieri- se avevano ricevuto la vestizione e l’addobbamento prima di entrare nell’Ordine - e i sergenti, con la funzione di aiutanti in battaglia.
Bernardo, per giustificare il nascere di questa milizia di monaci-combattenti, parlò, nel suo trattato, del nemico come figura del Male e quindi della sua necessaria soppressione in battaglia, giustificabile in quanto non “omicidio” bensì “malecidio”.


Battaglia fra Templari e musulmani.
Particolare dell’affresco della controfacciata
della chiesa di San Bevignate (Perugia).


Dopo Troyes, ai Templari fu affidata una veste: un mantello bianco per i cavalieri, bruno (marrone scuro) per i sergenti e tutti gli altri membri. Nel 1139 fu concesso loro di portare sul mantello, in alto a sinistra, una croce rossa. I Templari portavano la barba lunga, i capelli rasati e avevano il divieto di cacciare (ad eccezione del leone, simbolo del demonio).
Organizzazione dell’ordine
Il governo dell’Ordine ebbe sede a Gerusalemme fino al 1187, quando la città fu riconquistata dai musulmani per mano di Saladino, poi ad Acri, fino al 1291 e infine a Cipro.
A capo vi era un Magister, un Maestro, che governava sostenuto dal couvent, una specie di capitolo di fratres. Vi erano poi il siniscalco, il maresciallo, il tesoriere, il drappiere, eccetera. Dal punto di vista territoriale era diviso in commende, che erano le strutture principali. I comandanti o precettori guidano le province dell’Ordine. Altre circoscrizioni erano le balivie.
L’Ordine possedeva numerose case tra Oriente e Occidente e inoltre godeva dell’immunità giuridica ed ecclesiale. Grazie a ciò e al comportamento esemplare dei suoi membri, l’Ordine accumulò una straordinaria ricchezza immobiliare. L’oculato uso di capitali affidati al Tempio permise l’avvio di una vera e propria attività bancaria. Grazie alle case dell’Ordine era infatti possibile trasferire somme senza spostare denaro liquido, dal momento che i Templari accettavano di gestire e onorare le lettere di cambio.
Le prime accuse
I templari in battaglia erano ammirati dai crociati per il loro coraggio e il loro valore.
Tuttavia, già dai tempi della seconda crociata (1147), la rivalità fra i Templari e gli Ospedalieri di San Giovanni fu alla base di un equivoco: anziché attaccare l’atabeg Nur ad-Din, emiro di Aleppo e Mosul, che rappresentava la vera minaccia per Gerusalemme, si pose l’assedio a Damasco, dove l’emiro Unur sarebbe potuto essere un alleato prezioso per i cristiani.
Da allora, in Occidente, cominciarono le prime accuse di superbia, corruzione e tradimento nei confronti degli Ordini militari. Un altro episodio, avvenuto durante la presa di Ascalona dell’agosto del 1153, non fece altro che aumentare la fama di avidità e superbia che già circondava i Templari. Infatti pare che essi avessero impedito ai crociati di partecipare al saccheggio. Nel corso del XIII secolo, inoltre, le sconfitte militari in Terrasanta e la caccia agli eretici, contribuirono ad aumentare le dicerie sui Templari. Dopo la presa di Acri (1291), ultimo baluardo cristiano, molti erano a chiedersi a cosa servissero ormai gli Ordini militari. Sui Templari gravavano anche le accuse di omosessualità e connivenza con i musulmani. Sappiamo da un diarista arabo che i Templari consentivano ai musulmani di pregare in un oratorio ricavato dalla loro sede gerosolimitana.
Ma probabilmente ciò che pose i Templari in cattiva luce in modo definitivo fu il cambiamento dell’idea di crociata che non era più quella iniziale. Si arrivò al punto di pensare all’eliminazione degli Ordini militari o alla loro fusione in uno solo.
Nel 1305 papa Clemente V chiese direttamente ai Maestri del Tempio e dell’Ospedale, Giacomo di Molay e Folco di Villaret, di esprimere un parere sulla futura crociata e sulla possibile fusione dei due Ordini. Giacomo accettò di recarsi ad Avignone per discutere della eventuale crociata; Folco invece, a proposito del secondo punto, rispose che non era possibile unire due Ordini così diversi per qualità della vita e obiettivi. In effetti scopo primario dell’Ospedale erano i poveri e gli ammalati, mentre i Templari miravano al controllo e alla difesa della Terrasanta.

La fine del Tempio
Nel 1305 un tale di nome Esquieu de Floyran, priore templare di Montfaucon, comunicò al re di Aragona Giacomo II, alcune accuse molto gravi nei confronti dell’Ordine del Tempio: eresia, idolatria e sodomia. Il re però non gli badò. Così Esquieu si rivolse al re di Francia Filippo IV, detto Il Bello, che, al contrario, incaricò i suoi consiglieri Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Plaisans di aprire un’inchiesta e indagare.
Il Papa Clemente V informò il Maestro dei Templari delle accuse a loro carico e Giacomo de Molay spinse il Papa a portare avanti l’inchiesta poiché l’Ordine era pulito e non poteva macchiarsi di accuse così disonoranti. Il 24 agosto del 1307 il Papa informò il re di Francia che avrebbe aperto l’inchiesta. Il 14 settembre tutti i Templari del regno furono arrestati per ordine di Filippo IV con le accuse di rinnegare Cristo, sputare sulla croce e commettere atti osceni durante il rito di iniziazione.
Gli altri sovrani europei non la pensavano come Filippo. Edoardo II d’Inghilterra non credette alle accuse; Giacomo II D’Aragona prese le difese dei Templari. Anche il Papa fu abbastanza urtato dall’atteggiamento del re francese in quanto l’Ordine dipendeva dalla Santa Sede. Quando però i Templari iniziarono a confessare, il Papa allora decise di vederci chiaro. Con una bolla, egli ordinò che i loro beni passassero sotto tutela ecclesiastica.
I Templari francesi confessarono. Molte furono anche le ritrattazioni. Filippo Marigny, fratello del cognato del consigliere di Filippo IV, fece condannare al rogo cinquantaquattro Templari che nel 1307 avevano confessato le loro colpe ma che poi, avendo ritrattato, potevano essere considerati relapsi.
Il 27 dicembre 1307 Giacomo poté finalmente deporre davanti ai due inviati del Papa, ritrattando ogni cosa poiché strappata sotto tortura. Appreso ciò, il Papa decise di bloccare ogni procedimento perché voleva interrogare personalmente i Templari. Da qui una lotta tra il pontefice, che non voleva ridare poteri all’Inquisizione finché non avesse potuto sentire i Templari, e i giuristi del re, che accusarono Clemente di favorire l’eresia dei Templari. Dopo un anno il Papa riuscì a vedere personalmente i Templari. I documenti originali, pervenuti quasi tutti, ci dicono che si trattò di un procedimento legale (senza torture o costrizioni dunque). Il Papa si fece un’idea sui riti di iniziazione dell’Ordine e reputò indegno l’atto di sputare sulla croce e rinnegare Cristo senza però confonderlo con l’eresia. Alla fine dell’inchiesta, Clemente impose ai Templari di chiedere perdono, poi li assolse dalla scomunica - provocata da loro stessi con i gesti commessi - e li riammise nella comunione apostolica. Le fonti ci dicono chiaramente che il Papa stava lavorando a una riforma dell’Ordine.
Il 13 agosto 1308 il Papa decreta l’inizio delle ferie estive e si ritira nelle campagne circostanti. Il giorno dopo, segretamente, i cardinali Fredol, de Suisy e Brancacci, nominati plenipotenziari dal Papa, partono per Chinon per incontrare i membri dello Stato Maggiore. Il 20 agosto l’inchiesta si conclude con l’assoluzione dei Templari dall’accusa di eresia e il loro reintegro nella comunione apostolica. L’atto originale dell’inchiesta, da poco rinvenuto in un fondo dell’Archivio Segreto Vaticano dalla paleografa italiana Barbara Frale, riferisce l’esito del procedimento che si conclude, appunto, con l’assoluzione dei capi templari. Probabilmente l’inchiesta di Chinon era un modo per farla pagare al re francese che aveva fatto arrestare, interrogare e dichiarato colpevoli i Templari a sua insaputa. La risposta di Filippo non tardò ad arrivare.  Il vescovo Guichard di Troyes fu accusato di stregoneria e bruciato al rogo nonostante il Papa l’avesse in precedenza assolto. Con ciò il re voleva dimostrare che tutta la chiesa era contaminata dall’eresia. Clemente, dunque, per evitare di trovarsi nuovamente in una situazione di conflitto come in precedenza era successo con Bonifacio VIII, nell’agosto del 1309 decise di salvare l’unità della Chiesa e sacrificare l’esistenza dell’Ordine templare.
Tra il 1309 e il 1310 iniziarono le inchieste diocesane volute dal Papa nel 1308. Clemente V, avuta tutta la documentazione, si rinchiuse, insieme ai Padri conciliari, per decidere e riflettere, nell’abbazia di Maucène. I risultati di questa istruttoria furono oggetto del concilio di Vienne, che si aprì nel 1311.
Molti pensavano che fosse necessario temporeggiare per ascoltare i risultati ottenuti fuori dall’area francese e le voci in difesa. Il re Filippo IV, però, non sopportava più indugi e minacciava di marciare su Vienne. Il Papa non poteva né condannare il Tempio né andare contro il re. Dunque, il 22 marzo 1312, con la bolla Vox in excelso, decise di sciogliere l’Ordine, senza alcun giudizio di condanna. I beni dell’Ordine passarono agli Ospedalieri. Il Papa, ormai costretto a letto a causa di una malattia, nominò una commissione di vescovi per stabilire la sorte dei capi Templari.
Davanti alla condanna all’ergastolo, Giacomo De Molay e il precettore di Normandia, Geoffroy de Charny, consapevoli del pericolo del loro gesto, si ribellarono e proclamarono l’innocenza del Tempio. I vescovi, confusi, ritennero opportuno sospendere la seduta per informare il Papa. Filippo, allora, temendo una possibile ricostituzione dell’Ordine, fece rapire De Molay e de Charny e li mandò a morte sul rogo (1314). Da qui la leggenda della maledizione che Giacomo de Molay lanciò al Papa e a Filippo, chiamandoli entro un anno davanti al giudizio di Dio. In effetti sia il Papa sia Filippo morirono entro l’anno, rispettivamente il 20 aprile e il 29 dicembre.
Giacomo De Molay, ultimo Maestro dei Templari.
 Ma l’Ordine era davvero innocente? Considerate le fonti lacunose e incerte, non possiamo dare una risposta. Forse sì. I membri dell’Ordine spesso erano ex peccatori che speravano nel perdono divino quindi ciò non esclude la presenza di eretici o deviati. Questo però non giustifica il coinvolgimento dell’intero Ordine. Un’altra cosa su cui si favoleggia è il rapporto con l’Oriente. Le fonti ci dicono che si trattava sempre di persone di basso livello culturale, più che altro frati-agricoltori e non frati-guerrieri. Sta di fatto che il Papa, come abbiamo visto, aveva assolto e reintegrato i Templari nella comunione apostolica. Un altro aspetto da approfondire è il culto della Passione di Cristo, celebrato il Giovedì Santo, durante il quale i Templari ricevevano la comunione bevendo il Vino, inteso come Sangue eucaristico. Questa pratica è stata spesso collegata alla leggenda del Santo Graal.
Molto c’è ancora da scoprire sulla storia di questo Ordine. Una cosa è certa: nonostante molti, oggi, si spaccino per eredi dell’Ordine, solo un pontefice potrebbe ricostituirlo e modificare, quindi, il provvedimento emanato da Clemente V settecento anni fa.

Martina Pietramala


Bibliografia
F. CARDINI, I Templari, Firenze 2011.
B. FRALE, I Templari, Bologna 2007.

mercoledì 18 luglio 2018

Il castello, il simbolo di un'epoca

Il maniero inglese di Bodiam, Gran Bretagna
Nelle nostre menti siamo abituati a rievocare l'immaginario dei castelli dame, cavalieri, torture e tornei, ma il castello non rappresenta solo un'edificio in pietra. Rappresenta una mentalità, al castello associamo di tutto, assedi, cavalieri con luccicanti armature, assedi, olio bollente ecc. Ma come si è sviluppato il castello nel corso del medioevo? E come si e evoluto ?
Prima del XI secolo i castelli erano fatti di terra e legno con una torre quadrata costruita su una motta, importata dai Normanni nell' Italia Meridionale arrivando fino all'Italia centrale. Con gli inizi del XII secolo le fortificazioni in legno lasciarono il posto a quelle in pietra, molto più resistente, questi edifici erano costituiti da conci in pietra con un grande torrione quadrangolare che doveva servire da magazzino per le provviste e naturalmente servire a scopo militare in grado di ospitare una guarnigione di milites cioè dei cavalieri armati al soldo del castellano. Queste strutture erano circondate da un' ampio circuito murario, una dimora fortificata con torri circolari agli angoli, in caso di assedio veniva alzato il ponte levatoio per impedire l'avanzata del nemico, il signore non viveva come il contadino e i suoi consumi erano maggiori. Il castello non rappresentava soltanto la nobile dimora di un signore al riparo dai pericoli esterni, al contrario divenne col tempo un vero e proprio fulcro della vita del Medioevo.

                                                                                                                                             Alberto Errico

mercoledì 11 luglio 2018

Il nuovo numero di Medioevo misterioso : In edicola


Tantissimi gli argomenti, come potete vedere consultando il sommario: partiamo da un viaggio tra i castelli più belli della penisola per parlarvi di Federico Barbarossa, del Trionfo della Morte di Pisa (appena restaurato), della splendida città di Siena. E poi, la storia dei cosmetici femminili e del mobilio medievale, i capitelli romanici, l'amaro caso della Baronessa Carini, i romanzi cavallereschi, dei cent'anni di Ingmar Bergman , immortale regista de "Il Settimo Sigillo". E le consuete rubriche di rievocazioni e appuntamenti con la stdi oria, libri, mostre e siti. Correte in edicola!

lunedì 9 luglio 2018

La dimora del cavaliere medievale

castello svevo di Oria

Molti cavalieri ricevevano un pezzetto di terra dove poter costruire il loro maniero oppure gli veniva donato un piccolo castello, di solito in pietra, che comprendeva non solo la residenza del padrone del maniero ma anche altri edifici, come ad esempio magazzini, stalle, cucine ecc. Alcuni erano semplici mercenari al servizio di un signore feudale, altri si conquistavano il loro onore nelle giostre, sperando in una ricca ereditiera da poter sposare. I contadini del luogo dovevano lavorare la terra del castellano in cambio della sua protezione e di un tetto per poter dormire durante la notte. Questa povera gente che lavorava nei campi dall'alba fino al tramonto doveva obbedienza al signore che in cambio dei loro servigi garantiva a queste persone protezione e alloggio. Il castellano riceveva una parte dei prodotti della terra coltivata dai contadini. Inoltre il signore del maniero invitava  i contadini a partecipare a feste popolari. In una delle stanze del maniero il signore amministrava la giustizia talvolta  seduto nel cortile o nel salone del castello. Egli puniva i ribelli e riscuoteva le tasse. La castellana, cioè la moglie del signore del castello, godeva di una certa parità con il suo compagno. Era per lui l'amica fidata, colei che in assenza del marito amministrava la giustizia, accoglieva gli ospiti in visita al castello e in caso di assedio difendeva il maniero da eventuali briganti. 


                                                                                                         Alberto Errico

sabato 10 marzo 2018

In edicola il numero 15 di Medioevo Misterioso


Il dossier è dedicato ai 9 enigmi (o presunti tali) più intriganti del Medioevo. Tra i tanti temi affrontati,  l'origine e lo sviluppo delle banche, la  follia, l'arte del mestiere del fabbro, vita e importanza di Martin Lutero, il Carnevale e la Quaresima, le armi da fuoco, l'epopea di  Lady Godiva, tutto sulla cintura, bandiere e vessilli, storia e storie di briganti. Appuntamento poi con i libri, i siti, le mostre e le rievocazioni. E molte altre curiosità

martedì 6 marzo 2018

Medioevo : In edicola

RICCARDO CUOR DI LEONE
Dai contemporanei, ma anche dai posteri, è stato considerato come il modello stesso del cavaliere intrepido, generoso e cortese. Un’immagine forse troppo «celebrativa» e sulla quale studi recenti gettano una luce ben diversa...
Tra il 1958 e il 1959, la BBC mandò in onda la serie televisiva Ivanhoe – liberamente ispirata al romanzo omonimo di Walter Scott – subito premiata dal successo di pubblico e poi distribuita in vari Paesi europei, tra cui l’Italia.Interpretata da un giovanissimo Roger Moore, ne era protagonista un fiero cavaliere, fedele al re Riccardo Cuor di Leone, lontano dall’Inghilterra perché impegnato nella crociata in Terra Santa. Mentre Riccardo colleziona vittorie contro i Saraceni, il suo regno viene governato (male) dal fratello Giovanni Senzaterra, i cui malvagi sceriffi maltrattano la povera gente, difesa da Ivanhoe in nome di Riccardo. Ancora oggi, nell’immaginario popolare, Riccardo Cuor di Leone viene da molti visto cosí: come un re lontano, ma valoroso, fiero e gran combattente, e, allo stesso tempo, giusto, saggio, raffinato e galantuomo. Riccardo I d’Inghilterra (1157- 99) è entrato nella storia come il «re cavaliere» per eccellenza, grazie ai resoconti dei cronisti e alle opere dei romanzieri. Il mito romantico di Riccardo si riflette anche nella monumentale statua equestre dello scultore franco-italiano Carlo Marochetti, eretta davanti al Palazzo di Westminster a Londra nel 1860, ma creata dall’artista in occasione dell’Esposizione Universale del 1851. E non meno monumentale è il Riccardo interpretato da Sean Connery nel film Robin Hood il principe dei ladri (1991). La storiografia moderna ci ha però fatto conoscere anche un altro Riccardo, alquanto diverso dall’eroe nazionale della cultura popolare. Già nell’Ottocento, lo storico inglese William Stubbs (1825- 1901) lo caratterizzò come «un figlio malvagio, un ma- Dossier rito malvagio, un sovrano egoista e un uomo vizioso», aggiungendo che non era «un inglese». Piú di recente è stato descritto come un uomo pieno di difetti, irascibile, meschino, avaro e senza grandi capacità amministrative e diplomatiche. Resiste tuttavia anche un altro filone interpretativo, meno negativo, che lo esalta come un role model della nobiltà della spada. In ogni caso, la sua vita da re, crociato e prigioniero è stata cosí avventurosa da ispirare frotte di trovatori, romanzieri e storici e con ogni probabilità continuerà a farlo.
L'impero angioino
Dire che Riccardo non fosse inglese – affermazione imperdonabile per alcuni storici britannici, meno per il resto del mondo – è senz’altro corretto. Benché fosse re d’Inghilterra, visse quasi sempre in ambienti francesi, odiava il clima d’Oltremanica e, nei dieci anni di permanenza sul trono (1189-99), soggiornò nell’isola solo due volte, per sei settimane in tutto. E se era in grado di scrivere poesie in francese e occitano (la lingua della Francia meridionale), parlava a malapena l’inglese. Ciò non deve sorprendere, visto che dal 1066, anno dell’invasione da parte del duca normanno Guglielmo il Conquistatore, il trisavolo di Riccardo, i reali d’Inghilterra governavano anche su gran parte della Francia. Seguendo una politica dinastica oculata, i successori di Guglielmo avevano saputo ingrandi re i loro possedimenti francesi fino a superare quelli degli stessi re di Francia, con i quali entravano spesso in conflitto. Per secoli, questa situazione fu causa di lotte per il potere, sfociate in una serie infinita di schermaglie, battaglie, massacri e devastazioni, terminata soltanto nel 1453, con la fine della Guerra dei Cent’Anni e il ritiro dal continente delle truppe inglesi.

venerdì 23 febbraio 2018

Medioevo Dossier : In edicola

                                                                                                                         I doni del Medioevo
Il Dossier sull’arte del Medioevo che ci accingiamo a leggere ci aiuta sia a ripercorrere gli eventi storici di un periodo lunghissimo – quasi mille anni –, sia ad ammirare gli straordinari capolavori a questo legati. È anche un valido aiuto per smentire i numerosi pregiudizi che ancora circondano il Medioevo: per esempio, che il Medioevo sia l’epoca dei «secoli bui», o quelli sui terrori dell’anno Mille, sempre risorgenti e applicati anche oggi a svariati contesti. Cominciamo da questi ultimi per sottolineare invece che tali supposti terrori si legano a una grossa novità del Medioevo, pilastro della nostra vita: il poter calcolare il tempo, la capacità di appropriarci con precisione del passato e del futuro. Nel (nostro) anno 525, papa Giovanni I chiese a un monaco nativo nella Scizia, ma vissuto lungamente a Roma, famoso per la sua competenza scientifica (è considerato il fondatore del diritto canonico), Dionigi il Piccolo (il nomignolo lo scelse lui stesso, per umiltà), di calcolare quando dovesse cadere la Pasqua, questione che da tempo divideva le Chiese di Oriente e Occidente. La novità piú importante del lavoro di Dionigi fu un risultato che non era stato però l’obiettivo del nuovo computo. Infatti, nella sua tabella pasquale, Dionigi non fece piú cominciare gli anni dal persecutore dei cristiani, Diocleziano, come si faceva fino ad allora, bensí e assai piú logicamente, dalla nascita di Cristo.

Fonte: http://www.medioevo.it/speciale.html

venerdì 9 febbraio 2018

Martina Pietramala. Nasce a Belvedere Marittimo (Cs) il 30-04-1988. Laureata in Lettere e Beni Culturali curriculum classico (laurea triennale) presso l’Università degli studi della Calabria con una tesi di laurea in epigrafia latina dal titolo “Augusto nelle regiones II e IV. Documenti epigrafici”. Laureata in Scienze dell’Antichità (laurea magistrale) nel medesimo Ateneo con una tesi di laurea in storia bizantina dal titolo “Cosenza in epoca bizantina”.

Aspirante docente di lettere, latino e greco, coltiva da sempre la passione per la storia e negli ultimi anni si è avvicinata alla storia del Medioevo.

martedì 30 gennaio 2018

Il fascino misterioso del Medioevo

Secondo Jacques Le Goff, uno dei massimi storici francesci del Medioevo, fa terminare l'eta di mezzo nel XVIII secolo, quest'epoca che viene spesso declassata, ma che Le Goff riesce a far risplendere nel suo famoso volume "Un lungo medioevo". Inoltre Nella città di Gubbio si tiene il Festival annuale del Medioevo che si è tenuto  dal  27 settembre al 1 ottobre 2017. 
La manifestazione, incentrata sulla divulgazione storica, è giunta alla terza edizione. È unica del suo genere nel panorama nazionale e coinvolge autori provenienti da venti università nazionali e straniere. Il Medioevo, emerge con il suo spaccato di età buia, sopraffatta dall'ignoranza della gente comune, ma che d'improvviso si apre a orizzonti mai conosciuti. Cominciano a nascere le università con Carlo Magno, inizia a muovere i primi passi la scrittura, i monaci si diffondono in tutto il mondo, i quali copieranno importanti opere giunte fino ai nostri giorni. Si sviluppano nuovi pensieri, che danno vita alle eresie cattoliche medievali, perseguite con vere e proprie crociate. Nasce l'arte gotica, che trova poi a Chartres la forma di maggiore espressione di fede mistero. Vengono innalzate grandi Cattedrali Gotiche, veri e propri scrigni di pietra. e poi ci sono grandi castelli feudali veri simboli di potere e ricchezza di un'epoca ormai lontana. Con gli inizi del X secolo  il potere di un feudatario si esprimeva costruendo grandi manieri. Questi  edifici erano costituiti da un grande torrione detto "mastio" l’ ultimo baluardo da difendere in caso di assedio, che doveva servire da magazzino per le provviste e naturalmente servire a scopo militare.




                                                                                                        Alberto Errico 

lunedì 29 gennaio 2018

San Pietro Vernotico, un Medioevo nascosto

La torre medievale 

L’ Origine  del nome Vernotico  è legato  al termine tardo latino vernoticus che significa invernale: secondo il dominio feudale "diritto alla vernotica" (jus vernoticae), il signore feudale poteva pascolare col proprio bestiame l'erba vernotica (invernale) nei fondi dei suoi sudditi. E’ stato anche proposto  di riferire il termine vernoticus al canale foca cucci  che attraversa il vecchio abitato  da intendere quindi come 'rio vernotico', in quanto fa defluire le acque piovane nel periodo invernale.
Le prime tracce documentali relative al toponimo risalgono al 1195, quando San Pietro Vernotico compare per la prima volta in documenti ufficiali: è infatti tra i feudi che l'imperatrice Costanza d'Altavilla conferma al vescovo di Lecce. In particolare, si conferma la donazione di Accardo II della Chiesa del Beato Pietro "che viene detta di Vernotico, con il suo pertinente casale, con uomini, vassalli, terre colte ed incolte, alberi, boschi ed acque, come i già detti Goffredo Conte di Lecce e di Ostuni e Accardo precedente dominatore di Lecce, a noi fedeli, hanno concesso alla Chiesa di Lecce".  Da tale documento si può evincere che San Pietro Vernotico esisteva già nel XII secolo. Infatti il Casale di san Pietro dunque come piccolo villaggio medievale  sviluppato intorno ad una chiesa omonima ancora esistente e che in quel secolo esso fu per la prima volta "infeudato" e cioè sottoposto al  vescovo di Lecce che ne assunse il dominio feudale.
Al periodo medievale risale la maestosa torre quadrata. Sulla chiave della volta principale  della torre di San Pietro Vernotico si può ancora oggi notare una data : 1380. Sarà probabilmente la data di costruzione dell'edificio.
Si sa inoltre che la torre ha origini normanne e che anticamente era circondata da un fossato con un ponte levatoio. Infatti ancora oggi viene indicato un massiccio blocco  di pietra calcarea, che sarebbe l'unica testimonianza rimasta sul quale poggiava il ponte. La costruzione sembra appartenente all'arma della nobile famiglia Castromediano. Tale elemento potrebbe far datare la costruzione della torre quadrata agli anni 1535-1552 durante i quali si ebbe a Lecce l'Arcivescovado di Giovanni Castromediano.



Robin Hood, la vera storia

Tutti noi conosciamo Robin Hood l'arciere che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Sfortunatamente non è cosi. Il leggendario arciere di Sherwood rubava  sì ai ricchi e dava i soldi ai poveri ma prestava con gli interessi. E’ la tesi di un nuovo libro, secondo il quale Robin Hood è stato uno dei primi usurai del medioevo e faceva parte dell'ordine dei Templari, i primi banchieri della storia.
John Paul Davis, autore del volume "Robin Hood: the Unknown Templaries", ha elaborato la teoria in alcuni passaggi di una famosa ballata inglese che racconta come Robin Hood avesse prestato 400 sterline ad un cavaliere che si era indebitato con un abate. Nella ballata " A Gest of Robin Hood" che rappresenta uno dei primi documenti che parlano del famoso fuorilegge,  Robin chiede al cavaliere se qualcuno può garantire per lui e poi accetta di prestargli il denaro, che avrebbe dovuto  restituire entro un anno. Nella ballata successiva risalente al XVI secolo, il cavaliere torna da Robin e gli offre di restituirli i soldi con un piccolo extra. Il fuorilegge si rifiutò di accettare i soldi, confessando al cavaliere di averli rubati all'abate e che non valeva la pena chiedergli altri soldi indietro. Secondo la tesi di Davis Robin Hood faceva parte dei templari perché solo i cavalieri del tempio praticavano quel tipo di prestito e dietro a questi prestiti doveva esserci un'organizzazione molto grossa.

                                                                                                          Alberto Errico



Bibliografia: "Cronache medievali" : quadrimestrale di studi medievali
Edizione Penne e Papiri - Giugno - Settembre 2010 


Le Città nel Medioevo

Veduta della Città di Oria
Le Città del medioevo erano cinte da mura di pietra altissime che non avevano solo lo scopo difensivo ma anche quello di ostentare il potere cittadino e comunale. Mercanti e cavalieri erano obbligati ad accedere alla Città attraverso una porta che veniva aperta e chiusa al tramonto. Al calar del sole infatti le campane cittadine suonavano il coprifuoco e tutti gli abitanti dovevano rincasare per via di criminali che giravano per le strade. Poiché le strade delle città erano abbastanza strette e racchiuse da mura fortificate, le case erano addossate una accanto all'altra. Per sfruttare lo spazio, i piani superiori venivano costruiti in aggetto. Molte volte le case su due lati della via arrivavano quasi a toccarsi, rendendo le strade buie e strette. Gli abitanti delle Città e dei villaggi attendevano le festività religiose, come Natale e Pasqua. 
Si lasciava il lavoro per partecipare alle festività, ai banchetti e alle funzioni religiose. Nei giorni dedicati ai Santi si tenevano grandi fiere, occasioni di incontro e di svago, all'estate da musici e cantastorie. Non era raro incontrare, in questi momenti, mendicanti e prostitute in giro per le Città oppure giovani amanti che si incontravano nella cattedrale per un momento di folle passione. Il calendimaggio era la festa più famosa, insieme alla festa della mietitura a Ferragosto.

                                                                                     
                                                                                       Alberto Errico

Il castello, un' invenzione del Medioevo ?


Quando diciamo “castello” tutti pensiamo a mura di pietra merlate, torrioni quadrangolari o circolari, feritoie, ponti levatoi e tutto il resto. In realtà la parola “castello” indica una categoria molto più vasta di costruzioni, che  spaziano dal semplice villaggio fortificato alla residenza fortificata del Signore alla motta, un monticello, di solito artificiale, su cui veniva costruita la fortificazione, di solito usando il legno invece che la pietra. Nel corso del XII secolo il mastio, o torrione, non era più l'unico edificio del castello. In quanto sede di una signoria doveva avere a disposizione una sala di rappresentanza, uno o più edifici religiosi, gli alloggiamenti dei cavalieri al seguito del Signore. Queste strutture erano circondate da un ampio circuito di mura. Ne è un esempio la cittadella. Questi edifici in pietra dovevano proteggere la popolazione in caso di assedio e i contadini potevano rifugiarsi nella fortezza. Questi edifici erano costituiti da un grande torrione quadrangolare che doveva servire da magazzino per le provviste e naturalmente essere in grado di ospitare una guarnigione di milites, cioè i cavalieri armati al soldo del castellano. Questi castelli dovevano proteggere la popolazione che risiedeva nelle campagne in caso di pericolo. Come afferma lo storico Alessandro Barbero, ordinario di storia medievale presso l'Università del Piemonte Orientale, "la popolazione per entrare nel castello doveva versare al Signore un contributo in denaro. In questo modo si assicurava la fedeltà dei sudditi.". Il punto debole di ogni fortificazione era naturalmente la porta.  Perciò spesso la si proteggeva con un "rivellino", cioè con una piccola fortificazione avanzata che bisognava 
espugnare prima di avvicinarsi all'ingresso vero e proprio. Inoltre, l'accesso era difeso dal ponte levatoio. Formalmente l’assedio cominciava quando gli assalitori aprivano il fuoco contro il castello. L'ingresso possedeva un ponte levatoio. Verso la metà del XIII secolo in Europa si cominciarono a costruire castelli costituiti da una serie successiva di recinti. Questi colossi di pietra vennero chiamati "castelli concentrici". Il muro esterno era a ridosso di quello più interno. Questo sistema permetteva agli arcieri appostati sulle cortine interne di "tirare" sui nemici i dardi delle frecce. Se gli attaccanti espugnavano il primo giro di mura, si trovano di fronte a un secondo più spesso, completamente esposti al tiro dei difensori. I castelli concentrici disponevano di difese per difendersi. Merlature e feritoie consentivano ai milites di controllare il nemico stando al coperto, senza essere visti. Il fossato del maniero poteva essere munito talvolta d'acqua e sorgere sulle rive di un fiume. Il ponte levatoio era sorretto da catene fissate da due travi detti "bolzoni", alla cui estremità era posto un contrappeso. I contrappesi facevano alzare i bolzoni che si inserivano in apposite sedi ricavate nel muro. Alle merlature si aggiunse il cosiddetto "apparato a sporgere". Il parapetto era appoggiato su mensole, i "beccatelli", che lo facevano sporgere rispetto alla cortina. Tra un beccatello e l'altro sono praticate delle buche, le "caditoie", attraverso le quali si gettavano pietre e acqua bollente sui nemici. Ne è l'esempio la torre quadrata di San Pietro Vernotico (Brindisi), dotata ancora di enormi caditoie e beccatelli. Individuato il punto dove costruire il castello, il feudatario incaricava un capomastro, assunto per erigere il maniero. Il capomastro si occupava infatti di selezionare e dirigere gli operai necessari all'opera di completamento : scavatori e taglia legna per formare il materiale, taglia pietre, ecc. Nel mastio della torre si trovava una stanza con un enorme camino posto al centro della sala. ,olte volte il focolare era inserito nello spessore del muro. Il fumo così poteva essere allontanato dalla stanza, attraverso una cappa che raccoglieva e lo convogliava all'esterno. All'alba del XV secolo l'assedio assume un ruolo preponderante nell'ordine delle operazioni militari in Occidente, superando le battaglie in campo aperto. Tutte le miniature medievali che illustrano un assedio, raffigurano un padiglione o una tenda per simbolizzare la presenza di un campo d'assedio. La riunione di un esercito, in occasione di un assedio, poteva prevedere diverse migliaia di uomini. Per mantenere questi uomini in buona salute e al riparo dalle intemperie, occorreva nutrirli e alloggiarli. Per opporsi a tali preparativi, i responsabili di una piazzaforte assediata, facevano distruggere tutte le infrastrutture che potessero servire agli assedianti e così i sobborghi erano i primi a essere bruciati. Gli abitanti delle città, spesso spontaneamente o sotto il controllo della guarnigione, distruggevano i ripari, le case e i ponti. Nel campo occorreva fornire allora un sufficiente numero di tende. Alcuni principi si facevano costruire delle case smontabili in legno. Carlo il Temerario ne possedeva due con finestre e ante; Luigi XI di Francia ne aveva una rivestita di cuoio. Nonostante numerose requisizioni nelle città, le tende sono raramente in numero sufficiente per tutto l'esercito e sono numerosi gli uomini che non beneficiano di questi alloggi. Nella prospettiva di un assedio di lunga durata, tutto diventa buono per costruirsi un riparo, si prendeva la decisione di abbattere gli alberi o di depredare le case nei dintorni. Durante un assedio gli assalitori potevano aprire il fuoco contro il castello. Prima di quel momento il castellano poteva consegnare la fortezza e la popolazione agli assalitori senza disonore e con la garanzia di aver salva la vita. Se il castellano rifiutava di arrendersi, l’attacco cominciava. Il primo ostacolo che l'eventuale assalitore incontrava era il fossato. Il fossato, che fosse riempito d'acqua o secco, ostacolava il passaggio delle macchine d’assedio a ridosso delle mura. Se era secco, poteva anche essere guarnito con pali o altri ostacoli che rallentassero l'avvicinamento del nemico e ne aumentassero la vulnerabilità. I nemici circondavano l’edificio nemico e montavano le macchine da guerra. Poi bombardavano il castello con le catapulte per indebolirne le difese e demoralizzarne i soldati. Infine, veniva dato l’assalto vero e proprio, con scale, corde, rampini, torri d’assedio, arieti e ogni altro equipaggiamento descritto sopra. Se i difensori resistevano, gli assedianti potevano scegliere di prendere per fame la fortezza o aspettare il diffondersi di una carestia. Questa era in effetti la tattica più tremenda. Innanzitutto gli assedianti bloccavano tutti i rifornimenti al castello. Una delle risorse che per prima veniva fermata era l'acqua. Questa, infatti,spesso giungeva al castello tramite un fiume sotterraneo sia che fosse naturale o costruito appositamente.
                                                                                                           

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